BORSITE O IGROMA

Infiammazione cronica sierosa delle borse mucose con ispessimento e, raramente, calcificazione della parete. Si verifica frequentemente come malattia professionale curabile con l’evacuazione del contenuto o la rimozione chirurgica. Molto utile nel trattamento non chirurgico:

Tecar Terapia 

Ultrasuoni 

Laser 



CERVICALGIA

Quando si parla di cervicalgia si intende un dolore al livello del collo. Il dolore parte dal collo e da lì si irradia alle spalle (trapezi) e, nei casi più gravi, alle braccia, rendendo difficoltosi i movimenti.

Nella maggior parte dei casi (80-85%), all'origine del dolore, c'è un'alterazione non grave, che interessa le strutture meccaniche situate nella regione delle prime vertebre della colonna: si tratta dei muscoli, dei legamenti, dei dischi intervertebrali e delle articolazioni posteriori che garantiscono sia il movimento (il collo ha un'estrema mobilità per consentire allo sguardo di orientarsi in tutte le direzioni) sia il sostegno (il collo, struttura esile, sostiene la testa che è molto pesante). 

Uno stress meccanico esagerato e non corretto, rispetto a quello che queste strutture possono sopportare, provoca dolore. In questa situazione, spesso, si inserisce lo stress che, provocando una contrattura della muscolatura, favorisce l'insorgenza di micro-lesioni.

Oppure ci può essere il caso di situazioni sbagliate che determinano delle lesioni sia al disco intervertebrale sia alle articolazioni (dipende da qual è l'anello debole). 

Con l'andare del tempo, infatti, queste microlesioni possono portare ad una patologia molto comune: l'artrosi. Tale disturbo, che è legato al logoramento della cartilagine delle articolazioni e dei dischi intervertebrali, dovuto solitamente all'età, viene accelerato quando si effettuano movimenti non corretti e prolungati nel tempo.

Sappiamo che, tendenzialmente, i movimenti del collo, quelli di flesso-estensione, tendono a sovraccaricare la zona cervicale bassa (anelli C5-C6), per cui il dolore si manifesta alle spalle; mentre una postura prolungata al video, per esempio, tende a sovraccaricare la zona cervicale alta (anelli C1-C2) provocando più facilmente mal di testa (cervicalgia muscolotensiva).

Per quel che riguarda, invece, vertigini, nausea, ronzio alle orecchie, sappiamo che sono indipendenti dalla zona coinvolta e si manifestano soprattutto in persone particolarmente emotive. Questi sintomi, però, non sono legati ad un aspetto psicologico, ma al fatto che nella zona cervicale "transitano" le radici nervose.


La diagnosi

La diagnosi è quasi sempre clinica e richiede un medico esperto: si basa sulla storia del paziente, che ci permette di conoscere il suo stile di vita e sull'esame obiettivo (movimento del collo, valutazione neurologica) che ci consente di escludere o di ricavare elementi di sospetto, per cui sarà necessario effettuare indagini diagnostiche come la TAC, la R.M., l'elettromiografia (muscoli) e i potenziali evocati (midollo). La terapia farmacologica elimina il dolore, ma se si vuol stare meglio nel tempo bisogna cambiare il proprio stile di vita: fare attenzione alle posture quotidiane e svolgere un'attività fisica regolare che coinvolga tutta la parte superiore del tronco. Nelle forme croniche, esclusa una eziopatogenesi tumorale o infettiva, trova indicazione il trattamento fisiochinesiterapeutico:

Ionoforesi

Diadinamica

Tens

Rieducazione funzionale

Massoterapia decontratturante



CERVICALGIA MUSCOLOTENSIVA (vedi Cervicalgia)

Si tratta di una particolare forma di cervicali con una preponderante sintomatologia di tipo cefalea. Molto utile in questi casi risulta il trattamento fisioterapico come nelle cervicali.

EPICODILITE

L'epicondilite è un processo infiammatorio dei tendini che si inseriscono gomito, in dettaglio sull'epicondilo laterale. Innanzitutto è bene precisare la denominazione che ha assunto questa sindrome, appunto epicondilalgia, e non più epicondilite.

L’epicondilite non va intesa come una patologia che riguarda solo un piccolo gruppo di sportivi, ma riguarda anche chi sta molto tempo con gli arti superiori fermi nella stessa posizione per altri motivi, come un dattilografo, un pianista o uno scrittore che usi la tastiera. Si tratta di un disturbo di carattere invalidante, che, qualora non affrontato con la giusta terapia, può cronicizzare.

Il dolore è localizzato dove queste fibre si attaccano all'osso sul lato esterno del gomito o lungo i ventri dei muscoli epicondiloidei all'avambraccio. Le cause di questa tendinite possono essere o i microtraumatismi in conseguenza di movimenti ripetitivi sportivi o lavorativi o traumi diretti con successiva infiammazione dell'inserzione tendinea di questi muscoli al gomito. L'epicondilite insorge pertanto in soggetti sportivi ed è tipica di giocatori di tennis (da qui il nome di gomito del tennista). Clinicamente si manifesta con dolore ad insorgenza subdola, con dolenzia durante l'uso combinato di mano, polso e gomito. Il dolore può aumentare la sera, dopo la giornata lavorativa. Solitamente la sintomatologia diventa più intensa per entità e durata, con maggior impaccio funzionale e riduzione progressiva dell'attività lavorativa fino ad una vera e propria impotenza funzionale antalgica.

L'esame radiologico è solitamente negativo (anche se talora sono presenti calcificazioni in sede iuxtaepicondiloidea). La diagnosi è squisitamente clinica anche se una ecografia tendinea, consente di identificare le aree di degenerazione endotendinea e l'iperemia dei tessuti peritendinei.

Nelle forme acute (dolore in atto) la terapia mira a eliminare l'infiammazione ed il dolore mediante l'interruzione momentanea della attività sportiva e lavorativa, associando l'uso di FANS (Antinfiammatori per bocca), con una eventuale immobilizzazione del gomito per 20 giorni, associando 2-3 infiltrazioni steroidee a livello tendineo. È possibile effettuare un trattamento dell'epicondilite mediante terapia infiltrativa sotto utilizzando semplicemente un ago e farmaci quali il cortisone o l'acido ialuronico.

Nelle forme ribelli alla terapia conservativa, è indicato, anche se non tutti i chirurghi lo adottano, l'intervento chirurgico rappresentato o da una bonifica della regione tendinea, o da una disinserzione dei tendini alla giunzione osteotendinea, o da una cruentazione dell'epicondilo. Negli ultimi tempi si è molto diffuso con successo il ricorso alla terapia con onde d'urto che molto spesso sono più efficaci delle terapie fisiche tradizionali e possono evitare il ricorso all'intervento chirurgico.

Altra recente ed efficace terapia prevede esercizi di recupero della funzionalità che prevedono contrazioni eccentriche (ripetizioni negative) dei gruppi muscolari dell'avambraccio coinvolti nell'infiammazione.

L'utilizzo di uno specifico bracciale massaggiante con inserti in silicone favorisce sicuramente i tempi di recupero.



FASCITE PLANTARE

Sono delle situazioni dolorose dovute all’infiammazione della fascia plantare del piede. Spesso è presente una spina calcaneale. La spina calcaneare (o sperone) è una esostosi, cioè una neoformazione benigna di osso, situata nella zona inferiore del tallone. Generalmente, si forma a livello mediale del calcagno, nel punto in cui ha origine la fascia plantare.

La causa dell’esostosi è l’infiammazione della fascia plantare a livello dell’inserzione sul tallone (entesopatia), con provoca un deposito di sali di calcio. Con il passare del tempo, l'accumulo di calcio a livello del tallone provoca la formazione della spina calcaneare.

Lo sperone o spina calcaneare è una patologia a carattere degenerativo, dovuta principalmente all’artrosi o al cronicizzarsi della fascite plantare; a volte può essere anche asintomatica. Non provoca dolore, proprio come gli osteofiti che si formano nelle articolazioni artrosiche; inoltre, il suo sviluppo è molto lento, nel momento in cui si vede nella radiografia significa che la crescita è iniziata già da alcuni anni.


La fascite plantare si manifesta attraverso la seguente sintomatologia:

– dolore al tallone durante il carico;

– difficoltà, se non dolore, a effettuare attività sportiva di carico.


Il paziente spesso riferisce che il dolore al piede si acuisce con una determinata tipologia di scarpe utile la terapia fisica: 

Tecar Terapia 

Ultrasuoni 

Laser 

e soprattutto onde d’urto 

associata a stretching della fascia plantare, del tendine di Achille e della muscolatura del polpaccio, nonché all’uso di plantari adeguati. 


FRATTURE

La rieducazione funzionale è indispensabile per il recupero del trattamento sia post-operatorio che di immobilizzazioni in apparecchio gessato o tutore. Il trattamento viene effettuato innanzitutto da fisioterapisti esperti coadiuvati da moderni trattamenti strumentali. Per tali trattamenti vengono utilizzati

Magnetoterapia

Kinesiterapia

Massoterapia


LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE (LCA) RIEDUCAZIONE POST-OPERATORIA

Il trattamento riabilitativo costituisce il cardine fondamentale del trattamento post-operatorio: nel nostro centro vengono effettuati i più moderni trattamenti riabilitativi (in stretto contatto con il chirurgo operatore) con esercizi a catena cinetica chiusa e aperta.


LOMBALGIA

La lombalgia è una sintomatologia dolorosa limitata alla regione posteriore della colonna vertebrale nel tratto compreso tra il margine costale e la piega glutea. È espressione clinica dell’irritazione o compressione dei fascicoli nervosi che, dal nervo seno-vertebrale di Luschka, si distribuiscono alla porzione periferica dell’anello fibroso, al legamento longitudinale posteriore, al periostio che ricopre i corpi vertebrali e le strutture ossee dell’arco posteriore della vertebra, alle formazioni capsulo-legamentose delle articolazioni posteriori, senza però alcun risentimento delle radici spinali corrispondenti. Una grande varietà di condizioni mediche differenti può determinare lo stimolo irritativo (lesioni acute muscolo-legamentose, fratture vertebrali, lesioni del disco intervertebrale o la degenerazione dello stesso, spondilosi, instabilità o artrosi delle faccette articolari).

Sintomi e segni clinici. Generalmente la lombalgia è caratterizzata da dolore spontaneo, localizzato al rachide lombare, che si accentua con la pressione locale e con i tentativi di mobilizzazione del tronco. Evidente è la contrattura delle masse muscolari paravertebrali, con secondario atteggiamento obbligato del rachide lombare in lieve flessione anteriore o laterale. Alla contrattura segue la rigidità del tronco. In rapporto ai caratteri di insorgenza si distinguono una forma acuta ed una cronica.

Lombalgia acuta. Detta popolarmente ‘colpo della strega’, si instaura improvvisamente, spesso senza causa apparente. I meccanismi che la provocano possono essere discogeni (dovuti alla distensione acuta dell’anulus spesso conseguente a fenomeni di senescenza), o legati alla distorsione delle articolazioni interapofisarie. Nella distensione acuta dell’anulus il dolore è determinato dalle irritazioni delle terminazioni sensitive (dell’anulus stesso e del legamento longitudinale posteriore), stirate dalla spinta esercitata dal nucleo polposo in occasione di uno sforzo. Il riposo riduce la pressione esercitata sul nucleo, che così riacquista la primitiva morfologia. Nella distorsione delle articolazioni interapofisarie il dolore è generato dalla lacerazione della capsula che riveste le articolazioni, in seguito a movimenti di rotazione del tronco (con conseguente sublussazione dell’articolazione). Il dolore lombare e la contrattura muscolare sono molto intensi e vengono esacerbati anche da minimi movimenti, come quelli della tosse. La sintomatologia regredisce nell’arco di pochi giorni con il riposo e la terapia medica. Quando ciò non accade può evolvere nel quadro clinico della lombosciatalgia, oppure sfuma nella forma cronica.

Lombalgia cronica. Questa lombalgia può esordire come tale oppure rappresentare la cronicizzazione di un quadro acuto, intervallato da periodi più o meno lunghi di benessere. Più frequenti delle forme acute, divengono spesso esasperanti per il loro protrarsi nel tempo. Si distinguono forme artrogene, da instabilità vertebrale (dovute a senescenza del disco), tumorali, infiammatorie, infettive ed infine idiopatiche. La forma idiopatica è tipica dei soggetti giovani. Data l’efficacia della ginnastica posturale, si pensa che il dolore sia dovuto a difetti posturali assunti durante l’attività lavorativa oppure a scarsa mobilizzazione del rachide o a sforzi fisici effettuati scorrettamente. In molti casi è identificabile una componente psicogena.

Trattamento. Nelle forme acute il trattamento è sintomatico: riposo e terapia medica (miorilassanti, antinfiammatori, antidolorifici). Nelle forme croniche, esclusa una eziopatogenesi tumorale o infettiva, trova indicazione il trattamento fisiochinesiterapeutico:

Ionoforesi

Diadinamica

Tens

Rieducazione funzionale


LOMBOSCIATALGIA

La lombosciatalgia, o radicolopatia lombare, è una condizione che causa dolore in corrispondenza della parte inferiore della schiena (zona lombare) e lungo uno dei due arti inferiori, piede compreso. La lombosciatalgia insorge per effetto di una compressione o di un'irritazione del nervo sciatico (o nervo ischiatico). Questa importante struttura nervosa origina tra la zona lombare e la zona sacrale della colonna vertebrale, attraversa il gluteo e percorre tutto l'arto inferiore, fino al piede. Ciò spiega perché il dolore che caratterizza la lombosciatalgia abbia la sede e l'irradiazione sopra riferite.

Una diagnosi accurata di lombosciatalgia inizia sempre dall'esame obiettivo e dall'anamnesi.

Il trattamento dipende dalla gravità della sintomatologia e delle cause scatenanti. La lombosciatalgia, o radicolopatia lombare, è una condizione medica che, per effetto di una compressione o irritazione del nervo sciatico, determina dolore nella parte bassa della schiena (zona lombare), in uno dei due glutei e lungo uno dei due arti inferiori.

La lombosciatalgia è nota anche come sciatica o sciatalgia lombare.

Per sciatica o sciatalgia, si intende una sensazione dolorosa che s'irradia lungo l'intero nervo sciatico, dalle sue radici all’estremità. La parola lombosciatalgia richiama tutte le caratteristiche principali della condizione a cui fa riferimento.

Infatti, “-algia” in medicina significa “dolore”; “-sciat-” fa riferimento all'interessamento del nervo sciatico; infine, “lombo-” si riferisce al coinvolgimento della zona lombare della schiena. Presente fin dagli esordi della condizione, il dolore che caratterizza la lombosciatalgia può avere connotati notevolmente diversi, a seconda delle cause scatenanti la compressione /irritazione del nervo sciatico.

Alcuni malati avvertono un dolore bruciante; altri un dolore acuto e penetrante; altri ancora un dolore lieve che in determinate circostanze produce delle scosse simili ad elettroshock.

In molti pazienti, la sensazione dolorosa tende a peggiorare dopo sforzi, colpi di tosse, starnuti o lunghi periodi di tempo trascorsi in posizione seduta.

In genere, la lombosciatalgia è monolaterale. Ciò significa che il dolore interessa soltanto un lato del corpo (per esempio zona lombare destra, gluteo destro e arto inferiore destro). Nei casi non chirurgici oltre alla terapia medica risulta molto importante il trattamento fisioterapico con utilizzo di:

Ionoforesi

Diadinamica

Tens

Rieducazione funzionale


PUBALGIA

Dolore localizzato al pube, spesso associato a lesione dei muscoli adduttori della coscia. La sintomatologia può interessare anche la faccia antero-mediale della coscia. La pubalgia è generalmente secondaria a un carico di lavoro eccessivo nel corso dell’attività sportiva (colpisce soprattutto i calciatori). La diagnosi è clinica, ma può giovarsi di metodiche di imaging (ad es. la risonanza magnetica). La terapia consiste generalmente nel riposo, nella somministrazione di farmaci antinfiammatori e nella fisioterapia. Molto utile al riguardo è la Tecar Terapia.



SPINA CALCANEALE

La spina calcaneare (o sperone) è una esostosi, cioè una neoformazione benigna di osso, situata nella zona inferiore del tallone. Generalmente, si forma a livello mediale del calcagno, nel punto in cui ha origine la fascia plantare.


La causa dell’esostosi è l’infiammazione della fascia plantare a livello dell’inserzione sul tallone (entesopatia), con provoca un deposito di sali di calcio. Con il passare del tempo, l‘accumulo di calcio a livello del tallone provoca la formazione della spina calcaneare.

Lo sperone o spina calcaneare è una patologia a carattere degenerativo, dovuta principalmente all’artrosi o al cronicizzarsi della fascite plantare; a volte può essere anche asintomatica. Non provoca dolore, proprio come gli osteofiti che si formano nelle articolazioni artrosiche; inoltre, il suo sviluppo è molto lento, nel momento in cui si vede nella radiografia significa che la crescita è iniziata già da alcuni di anni.

La spina calcaneare si manifesta attraverso la seguente sintomatologia:

– dolore al tallone durante il carico;

– difficoltà, se non dolore, a effettuare attività sportiva di carico;

– gonfiore nella zona interessata (soltanto in alcuni casi).

Il paziente spesso riferisce che il dolore al piede si acuisce con una determinata tipologia di scarpe e spesso quando rimane scalzo. Invece, il dolore tende a diminuire con il riposo a letto.

All’esame radiografico si può evidenziare lo sperone calcaneare soprattutto nella proiezione laterale; quando non si evidenzia tale processo osseo, è raccomandato di eseguire una ecografia dei tessuti molli circostanti, in quanto esiste una stretta correlazione con la fascite plantare che può simulare tale patologia.

Il trattamento immediato prescritto, consiste nell’applicazione locale di ghiaccio, accompagnato all’uso di una talloniera in silicone, a scarico calcaneare che ha lo scopo di assorbire gli urti, con un’ogiva centrale più morbida in modo da scaricare il carico del tallone lateralmente.

Nei casi più gravi, può essere utile la terapia fisica: 

Tecar Terapia 

Ultrasuoni 

Laser 

e soprattutto onde d’urto 

associata a stretching della fascia plantare, del c.d. tendine di Achille e della muscolatura del polpaccio, nonché all’uso di plantari adeguati.


STRAPPO MUSCOLARE

Lo Strappo Muscolare è un evento traumatico a carico di un distretto muscolare che a causa del trauma subisce una lesione di varia entità valutabile sia clinicamente che per mezzo di strumenti diagnostici.

Generalmente lo strappo muscolare è frutto di una veloce ed improvvisa contrazione del muscolo coinvolto, ed è maggiormente frequente nella pratica sportiva soprattutto in quegli sport dove è richiesto un gesto atletico “esplosivo”  come il calcio, la corsa, il sollevamento di pesi, la pallavolo..ma può capitare anche facendo attività normali come inseguire l’autobus, o nello spostare carichi pesanti..

Fattori di rischio frequenti sono la stanchezza muscolare (generalmente quando sta finendo l’energia) oppure uno scarso allenamento muscolare che determina una incapacità del muscolo a sopportare la sollecitazione richiesta.

Come è facilmente intuibile, ogni muscolo del corpo può essere vittima di uno strappo muscolare, ma generalmente i muscoli più coinvolti sono quelli degli arti inferiori (flessori, quadricipite e adduttore) o degli arti superiori, raramente quelli della colonna, e mediamente frequente è il coinvolgimento di quelli addominali.


Dal punto di vista anatomico lo strappo muscolare può coinvolgere da poche fibre muscolari a molte fibre muscolari fino all’interruzione totale del muscolo (per fare un esempio basterebbe pensare ad una corda e alla possibilità che si rompa una sola fibra o tutta intera).

 

Gradi dello strappo muscolare:

Primo grado: in questa condizione assistiamo ad una lesione muscolare di solo alcune fibre, di solito meno del 5% del totale. Si avverte dolore nella zona, ma non vi è impotenza funzionale ne tantomeno ematoma, il soggetto avverte un dolore solo durante la contrazione o nel reclutamento di quelle fibre muscolari interessate..Generalmente passa da solo, nel giro di una settimana circa, non necessita di ulteriori controlli.

Secondo Grado: in questa condizione si assiste ad una lesione muscolare di molte fibre muscolari, con dolore molto forte alla contrazione, ma senza impotenza funzionale. Dolore che talvolta se sopportato porta l’atleta a terminare la partita o l’allenamento, pur rischiando un aggravarsi della problematica in quanto non è esclusa una lesione più grave. Generalmente il dolore aumenta nei giorni successivi, e compare molto spesso un ematoma, sintomo anche del danno vascolare. Necessita di trattamenti strumentali e diagnostici approfondire per stabilire la reale entità e fornire i tempi di recupero.

Terzo grado: È la condizione peggiore, in quanto lo strappo muscolare ha coinvolto definitivamente tutte le fibre muscolari, determinando una impotenza funzionale, ematoma, e dolore. Spesso si nota un avvallamento sulla sede dello strappo (lesione ad ascia). Necessita di trattamenti di varia natura  e di un attento iter medico al fine di limitare al massimo i danni funzionali che quasi sempre sono presenti a distanza, e che non possono essere recuperati completamente.


Generalmente le complicazioni maggiori sono legate allo stravaso ematico conseguente allo strappo muscolare, in cui si apprezzano ematomi generalmente a “Valle” della lesione. Tale ematoma può essere superficiale oppure profondo conseguenza più complessa che può portare ad una organizzazione dell’ematoma, che va valutata e può essere essa stessa causa di dolore. Altra complicanza è generalmente la contrattura muscolare che si verifica nella zona in quanto il corpo cerca di riparare il danno subito tentando di “immobilizzare” l’area generando quindi la contrattura muscolare.


La cura di uno strappo muscolare è legata indissolubilmente alla sede della lesione e all’entità del danno. È buona norma interrompere immediatamente l’attività che ha portato al danno, in quanto è frequentissima la condizione per cui ad un primo episodio di grado primo, il soggetto spesso spinto emotivamente a terminare la partita, crea un danno maggiore, con tempi e cure molto più lunghe.

Rimane quindi importante fermarsi immediatamente, e applicare del ghiaccio sulla zona interessata. Se l’area coinvolge l’arto inferiore, si mette l’arto in scarico, per le prime 24-36 ore, per limitare al massimo il danno ematico.

Si procede quindi ad un bendaggio compressivo, e si procede quanto prima con un controllo ecografico per valutare l’entità della lesione.

Se una lesione è di primo grado parliamo di uno stop di 2 settimane.

Se la lesione è di secondo grado, lo stop da ogni tipo di attività sportiva non è inferiore a 4 settimane e va rivalutato con esame ecografico prima di ridare l’avvio all’attività sportiva.

Se la lesione eè di terzo grado, va valutato il caso di intervenire chirurgicamente, ed i tempi non sono mai inferiori ai 3-6 mesi.

Durante il periodo di recupero, velocizza  il processo riparativo applicazione di Tecarterapia, laser Yag, onde d’urto, kinesio taping.

Talvolta il dolore si riduce fino a scomparire dopo alcune sedute, ma tale evenienza non è sintomo di guarigione, bensì è causa di frequenti ricadute in quanto il paziente può erroneamente pensare di essere guarito, quando invece è in una condizione di riparazione, e tali apparecchiature riducono appunto il dolore, ma non possono accelerare troppo i processi riparativi che hanno delle tempistiche ben precise.

Al termine dei trattamenti e prima di risottoporsi ad un nuovo allenamento, risulta molto importante la cura delle recidive, con stretching ed eventualmente sedute di rieducazione posturale.



TENDINOPATIE DELLE SPALLA (CUFFIA DEI ROTATORI) O PERIARTRITE SCAPOLO-OMERALE

Con il termine di “periartrite scapolo omerale” Duplay nel 1872 volle identificare l’insieme di patologie riguardanti i tessuti molli peri-articolari della spalla.

Nel 1972 Neer riuscì a definire in maniera più organica questa patologia, coniando il termine di “impingement syndrome” con il quale intendeva il conflitto meccanico primario dei tendini della cuffia dei rotatori e della borsa sottoacromiale sotto l’arco rigido acromion-coracoideo favorito da alterazioni di morfologia, dimensioni ed orientamento dell’acromion.


Sulla base di queste considerazioni Neer propose una classificazione anatomo-patologica che prevede 3 stadi cronologicamente successivi:


- stadio I: caratterizzato da infiammazione acuta, edema ed iperemia della borsa e del tendine prevalentemente del sovraspinoso.


- stadio II: fibrosi (degenerazione) della borsa e del tendine.


- stadio III: o della rottura tendinea e delle modificazioni ossee.


In realtà studi successivi hanno dimostrato che, soprattutto negli atleti e comunque nelle persone sotto i 40 anni, le alterazioni patologiche della cuffia dei rotatori più che da un conflitto sotto-acromiale primario, come ipotizzato in un primo tempo da Neer, possono essere causate da una tendinopatia primitiva della cuffia e che le sindromi conflittuali, se presenti, vanno interpretate come un fenomeno secondario.

Queste ipotesi possono essere adottate per spiegare l’insorgenza di una sindrome dolorosa di spalla negli atleti nei quali, almeno nelle fasi iniziali la gestualità tipica della disciplina sportiva praticata può indurre una tendinopatia primitiva della cuffia, soprattutto del sovra spinoso per prevalenti sovraccarichi trazionali di tipo eccentrico come avviene in tutti quelli sport dove il gesto tecnico prevede l’utilizzo del braccio e della mano sopra la testa, ad esempio il servizio e la schiacciata nel tennis e nella pallavolo, il tiro nella pallamano e nella pallanuoto, il lancio nel baseball ed in alcune discipline dell’atletica leggera.


TENDINOPATIA DELLA CUFFIA DEI ROTATORI

E’ una patologia da sovraccarico funzionale e spesso rappresenta lo stadio iniziale di una sindrome dolorosa di spalla. L’etiopatogenesi va ricercata nell’iperuso funzionale, che si realizza con la ripetizione di gestualità tecniche, che prevedono un atteggiamento del braccio in abduzione, extrarotazione e retroproiezione oltre i 90°. Questo determina, nel tempo, una reazione infiammatoria con edema ed iperemia tissutale cui segue, perdurando il meccanismo lesivo, la fase degenerativa con microlacerazioni e tendinosi della cuffia di rotatori.

Il trattamento della tendinopatia della cuffia dei rotatori è conservativo, riservando quello chirurgico (toilette artroscopica) a quei casi resistenti al trattamento incruento o nei quali la motivazione dell’atleta a proseguire l’attività sportiva è molto elevata.

Il trattamento conservativo consiste nel riposo atletico per un periodo sufficiente, durante il quale l’atleta viene sottoposto a terapia medica, fisioterapia e kinesiterapia; in questa fase può continuare a svolgere attività fisica mirata a mantenere allenato il sistema cardiocircolatorio e respiratorio evitando tutti i movimenti che creano dolore.

Di fondamentale importanza è la kinesiterapia che attraverso esercizi specifici con elastici potenzia la muscolatura della cuffia dei rotatori in modo da riequilibrare il rapporto di forza tra deltoide e rotatori. A queste esercitazioni vanno aggiunte la ginnastica propriocettiva e quella di allungamento per evitare la rigidità da non uso ed elasticizzare le strutture capsulo-legamentose. Molto utile risulta il trattamento con onde d’urto specialmente nella forma di tendinopatia calcifica.


TENDINITE ACHILLEA

L'infiammazione del tendine d'Achille o tendinite dell'Achille è una condizione comune che provoca dolore lungo la parte posteriore della gamba vicino al tallone. Il tendine d'Achille è il più grande tendine nel corpo umano. Collega i muscoli del polpaccio al calcagno e viene utilizzato quando si cammina, si corre e si salta. Anche se il tendine di Achille può resistere a grandi sollecitazioni quando si corre o si salta, può infiammarsi, un problema questo associato con un uso eccessivo e con la degenerazione.

La tendinite dell'Achille se non adeguatamente trattata o se trascurata può portare alla rottura del Tendine.


Per tendinite semplicemente si definisce l'infiammazione di un tendine. L'infiammazione è la risposta naturale del corpo ad un infortunio o ad una malattia, e spesso provoca gonfiore, dolore, o irritazione. Ci sono due tipi di tendinite dell'Achille, in base a quale parte del tendine è infiammato.


Tendinite non inserzionale dell'Achille

La tendinite non-inserzionale dell'Achille si verifica quando le fibre nella porzione centrale del tendine hanno cominciato a rompersi mediante piccoli strappi, a gonfiarsi e ad addensarsi. La tendinite della porzione centrale del tendine colpisce più frequentemente i giovani e le persone attive.


Tendinite Inserzionale dell'Achille

La tendinite inserzionale dell'Achille, invece, coinvolge la parte inferiore del tendine, dove esso si inserisce al calcagno. In entrambi i tipi di tendinite, le fibre tendinee danneggiate possono anche calcificare (indurirsi) e spesso si formano speroni ossei (crescita extra di osso). La tendinite inserzionale può avvenire in qualsiasi momento e anche in pazienti che non sono particolarmente attivi.


Cause

La tendinite dell'Achille in genere non è legata ad un trauma specifico. Il problema deriva da stress ripetitivi al tendine. Questo accade spesso quando spingiamo i nostri corpi nel fare troppo e troppo presto, ma altri fattori possono rendere più probabile lo sviluppo di una tendinite, tra cui:


• Un improvviso aumento della quantità o dell'intensità dell'attività fisica, ad esempio, aumentando la distanza che si percorre ogni giorno di un paio di chilometri senza dare al vostro corpo la possibilità di adattarsi alla nuova distanza.


• Muscoli del polpaccio contratti: avere i muscoli del polpaccio contratti o freddi e improvvisamente iniziare un programma di esercizi aggressivo può mettere ulteriore stress sul tendine di Achille.


• Speroni ossei (osso cresciuto dove non dovrebbe esserci) nella zona dove il tendine di Achille si attacca al calcagno possono sfregare contro il tendine e causare dolore e infiammazione.


• Esiti di Mallatia di Haglund: una malattia del calcagno che si struttura durante la fase della crescita e che porta ad una protuberanza ossea posteriormente. Questa protuberanza sfrega contro il tendine e contro le normali calzature provocando una tendinite inserzionale talvolta molto fastidiosa e dolorosa (guarda figura in basso).


Sintomi

I sintomi più comuni della tendinite dell'Achilleo includono:


• Dolore e rigidità lungo il tendine d'Achille al mattino.

• Dolore lungo il tendine o posteriormente al tallone che peggiora con l'attività.

• Dolore intenso il giorno dopo l'esercizio.

• Ispessimento del tendine.

• Sperone ossei (si osservano solo nella tendinite inserzionale).

• Gonfiore che è sempre presente e peggiora durante il giorno con l'attività.

Se avete sperimentato un improvviso "pop" nella parte posteriore del polpaccio o del tallone, potrebbe essersi rotto (strappato) il vostro tendine di Achille. Consultate immediatamente il medico se sospettate di aver strappato il vostro tendine.

 

Il medico può prescrivervi alcuni esami per assicurarsi che i sintomi siano causati da una tendinite dell'Achille.

Raggi X: le radiografie forniscono immagini chiare delle ossa. I raggi X possono mostrare se la parte inferiore del tendine d'Achille è calcificata, o indurita. Questo fa fare diagnosi di tendinite inserzionale calcifica dell'Achilleo. In casi di grave tendinite non inserzionale dell'Achille, ci possono anche essere calcificazioni nella parte centrale del tendine.


Risonanza Magnetica: sebbene la risonanza magnetica non sia necessaria per fare diagnosi di tendinite dell'Achille, è importante per la pianificazione dell'intervento chirurgico. Una risonanza magnetica può mostrare quanto sia grave il danno del tendine. Se è necessario un intervento chirurgico, il medico pianificherà la procedura in base alla quantità del danno tendineo.


Trattamento non chirurgico

Nella maggior parte dei casi, le opzioni di trattamento non chirurgiche forniranno sollievo dal dolore, anche se potrebbero essere necessari alcuni mesi prima che i sintomi regrediscano completamente. Anche se il trattamento è stato eseguito tempestivamente, il dolore può durare per più di 3 mesi. Se avete avuto dolore per diversi mesi prima di iniziare a curarvi, possono essere necessari più di 6 mesi prima che i metodi di trattamento abbiano effetto.

Riposo: Il primo passo per trovare la riduzione del dolore è quella di diminuire o addirittura interrompere le attività che peggiorare il vostro dolore. Se fate regolarmente esercizi ad alto impatto (come la corsa), il passaggio ad attività a basso impatto metterà meno stress sul tendine d'Achille. Attività come la mountain bike, la cyclette e il nuoto sono le opzioni migliori per aiutarvi a rimanere attivi e contemporaneamente mettere a riposo il vostro tendine d'Achille.

Ghiaccio: Applicare ghiaccio sulla zona più dolorosa del tendine d'Achille è utile e può essere fatto secondo necessità durante il giorno. Questo può essere fatto per un massimo di 20 minuti di continuo e deve essere interrotto subito se la pelle inizia a diventare insensibile. Non applicare mai il ghiaccio direttamente sulla pelle ma avvolgerlo in un tessuto come ad esempio un canovaccio.

Farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS): farmaci come l'Ibuprofene e il Ketoprofene, riducono il dolore e il gonfiore. Tuttavia, non riducono l'ispessimento del tendine degenerato. Sono farmaci che però non possono essere utilizzati per periodi troppo prolungati. (Estremamente efficace risulta il trattamento con onde d’urto).

Si possono utilizzare inoltre Ultrasuoni, Laser Yag e terapie con il calore, è molto utile nel trattamento della tendinite dell'Achille. Ha dimostrato di funzionare meglio per la tendiniti non-inserzionali che per le tendiniti inserzionali.


TENDINITE DELLA ZAMPA D’OCA

Ginocchio doloroso da tendinite della zampa d’oca: è una condizione di frequente riscontro nei soggetti di sesso femminile; in chi pratica attività sportiva tipo corsa, step, bicicletta. E’ spesso causa di interruzione forzata dell’attività sportiva.

Impara a riconoscere la causa che ti costringe a rinunciare alla corsa, al ballo, al tuo sport preferito, prendi consapevolezza del reale problema e affrontalo nella giusta maniera, così potrai tornare di nuovo in pista a correre, ballare saltare…

Il ginocchio doloroso da tendinite della zampa d’oca come si manifesta?

Solitamente dopo sovraccarico funzionale, l’infiammazione si manifesta con dolore urente, bruciore, nella parte inferiore ed interna del ginocchio, sulla tibia, dove si inseriscono i tendini della zampa d’oca. Questa viene definita infatti tendinite inserzionale.

I 3 tendini che formano la zampa d’oca traggono origine da 3 diversi muscoli che sono: il muscolo sartorio, il muscolo gracile ed il muscolo semitendinoso. Questi muscoli, alloggiati nella coscia, permettono la flessione e la rotazione interna del ginocchio in modo combinato.  I tendini terminali di questi muscoli si inseriscono sulla parte interna della tibia, subito sotto il ginocchio assumendo un aspetto “palmato” simile alla zampa di un’oca. In stretto rapporto con i tendini c’è la borsa sierosa che spesso si infiamma insieme ai tendini sopra detti, determinando l’insorgenza della borsite della zampa d’oca.

Il sovraccarico funzionale determina infiammazione, quindi dolore

Nella maggior parte dei casi, la tendinite è causata da un sovraccarico funzionale; questo significa che continue sollecitazioni determinano microtraumi ripetuti nel tempo. Ad esempio se non sei abituato ad andare in bicicletta e un giorno decidi di fare una passeggiata pedalando di continuo per 1-2 ore, le sollecitazioni sono ripetute in un tempo breve; la stessa cosa se decidi di iscriverti in palestra seguendo dei corsi di step, o decidi da un giorno all’altro di correre sotto casa per ritornare in forma, buttando giù qualche chilo, dopo anni di inattività e di vita sedentaria.

Il sintomo prevalente è il dolore-bruciore nella porzione antero-interna della tibia (punto di inserzione dei tendini), sotto il ginocchio e ti costringe a fermarti. Una caratteristica del dolore infiammatorio è la sua presenza pure durante il riposo; infatti talvolta il bruciore è presenta durante la notte impedendo il riposo notturno. Può associarsi gonfiore locale soprattutto se è presente la borsite.

Fattori sono predisponenti:

• Il sesso femminile

• La donna presenta un maggiore valgismo delle ginocchia

• Il valgismo delle ginocchia

• Il ginocchio valgo determina uno “stiramento” delle strutture tendinee interne. I piedi piatti accentuano il valgismo delle ginocchia;

• Contratture e/o ipotonotrofia muscolare

• Il quadricipite è il principale muscolo che stabilizza il ginocchio, insieme agli altri muscoli della coscia, e se non in condizione favorisce il sovraccarico funzionale sul ginocchio e sulle strutture vicine (disturbo femororotuleo)

• Lesioni del comparto interno del ginocchio

• Lesioni del menisco interno e del legamento collaterale mediale talvolta si associano alla tendinite

• Artrosi di ginocchio

• Nell’anziano, determina riduzione e alterazione del movimento articolare

• Sovrappeso

• Determina sovraccarico sulle ginocchia


Il ginocchio doloroso da tendinite della zampa d’oca ti limita la vita quotidiana.

Sei fortemente limitato durante il cammino, nel salire e scendere le scale, quando ti alzi dalla sedia, ti è impossibile svolgere attività sportiva, soprattutto ti è impossibile correre, pedalare, ballare. Come il gioco dell’oca sei costretto a fermarti e ritornare al punto di partenza. Non puoi proseguire, che devi fare? Quale soluzione?

Il primo obiettivo è  quello di contrastare il dolore, come?

1) Riposo

2) E’ la migliore terapia per tutte le tendiniti

3) Ghiaccio

4) Applica più volte durante la giornata il ghiaccio sulla parte, 10-15 minuti

5) Tutore


La fisioterapia può essere molto utile per risolvere il dolore e l’infiammazione tendinea. Per questo sono indicate le terapie fisiche strumentali (ultrasuoni, tecar, laser, ionoforesi).

Il secondo obiettivo è il recupero, come?

Il ginocchio doloroso da tendinite della zampa d’oca è ormai alle spalle, sei andato avanti, adesso devi ritornare alla tua attività sportiva, alla tua corsa, vuoi ritornare a ballare, in pista. Per far questo è necessario un minimo di preparazione, è necessario lavorare sui muscoli degli arti inferiori, quindi:


• Tanto stretching dei muscoli degli arti inferiori, per contrastare le contratture, soprattutto dei muscoli quadricipite femorale, flessori, polpacci

• Esercizi di rinforzo muscolare: del quadricipite femorale di tipo isometrico e del vasto mediale obliquo, per aumentare la stabilità del tuo ginocchio.


TROCANTERITE

La trocanterite (o borsite trocanterica) è una infiammazione dei tendini che si inseriscono sul grande trocantere e della borsa sierosa che li ricopre.

Poichè l'osso non è in alcun modo coinvolto, sarebbe più corretto parlare di borsite, entesite trocanterica o peritrocanterite. Va segnalato che la centralità dei meccanismi infiammatori è stata messa in dubbio da alcuni recenti studi, cosicchè la definizione oggi ritenuta più corretta è sindrome dolorosa trocanterica (dall'acromino anglosassone di Greater Trochanter Pain Syndrome, GTPS).

La trocanterite è un disturbo comune, che colpisce in prevalenza il sesso femminile. Nei soggetti sportivi, è possibile che i microtraumi ripetuti nei movimenti di flessoestensione dell'anca portino all'infiammazione della borsa e dei tendini sottostanti, a volte interessati da vere e proprie rotture. Meno chiara è l'origine della malattia nei soggetti sedentari.

Sembra che l'eccessiva tensione della fascia lata, che scivola sul grande trocantere grazie all'interposizione "lubrificante" della borsa sierosa, porti ad un'irritazione meccanica per attrito nei movimenti. Questo spiegherebbe la non rara associazione tra trocanterite ed anca a scatto.

 

La trocanterite si manifesta con dolore sulla sporgenza del grande trocantere, e quindi sul fianco. Questa localizzazione permette di distinguerla chiaramente dal dolore articolare dell'anca, che viene avvertito prevalentemente all'inguine e al gluteo.

Quali esami sono utili?

La diagnosi di trocanterite è squisitamente clinica. Gli esami strumentali sono finalizzati esclusivamente alla conferma diagnostica. Spesso l'ortopedico, a fronte di un'obiettività chiara, può essere soddifatto dalla sola radiografia. Nei casi poco responsivi alle terapie, o quando si sospetti una lesione tendinea, è opportuno precedere attraverso gli step ulteriori.

La radiografia permette di escludere coesistenti problemi a carico dell'articolazione e, spesso, di osservare microcalcificazioni laddove i tendini si inseriscono sul trocantere.

Dal momento che la trocanterite è un'infiammazione dei tessuti molli (borsa e tendini), l'ecografia è l'esame teoricamente più idoneo. Essa permette ad un ecografista esperto di riconoscere il versamento liquido all'interno della borsa trocanterica, l'edema circostante, le microcalcificazioni all'inserzione dei tendini (entesite calcifica). Il ruolo dell'ecografia è particolarmente importante laddove si sospetti una lesione tendinea, che in alcuni casi può necessitare di un approfondimento in risonanza magnetica.

Come per tutte le malattie infiammatorie, la prima terapia è rappresentata dal riposo, dall'applicazione (a periodi alterni) della borsa del ghiaccio, dall'assunzione di farmaci antiinfiammatori.

Se così non si ottiene la remissione duratura del disturbo, è opportuno ricorrere ad un trattamento infiltrativo: 1-2 infiltrazioni intra-bursali di un preparato cortisonico permettono di disinfiammare l'area e di eliminare i sintomi in pochi giorni. In queste borsiti più resistenti, che hanno richiesto la terapia infiltrativa, è indispensabile istituire successivamente un programma di kinesiterapia composto da esercizi di stretching della fascia lata, così da ridurre il rischio di recidiva.

Nelle forme cronicizzate, ribelli ai trattamenti sopra ricordati, l'associazione di terapie fisiche locali onde d'urto a bassa potenza 

Ionoforesi

Laser Yag

e di programmi riabilitativi specifici permette spesso di ottenere la graduale scomparsa dei disturbi.


Traumi Distorsivi

La distorsione è la le lesione di un’articolazione (caviglia, ginocchio,polso, rachide cervicale) interessante capsula e legamenti, causata da un trauma che provoca perdita temporanea di contatto fra i capi articolari. Come per le fratture, le forze del trauma possono essere dirette o indirette, ma nelle distorsioni sono più spesso indirette, specialmente dovute a torsione e rotazione. Le cause sono: cadute accidentali, appoggio anomalo di un arto, traumi sportivi e automobilistici, ecc. Non sono da sottovalutare le distorsioni in ambito domestico. Caviglia, ginocchio, spalla sono, in ordine decrescente, le articolazioni più frequentemente colpite da d., anche se tutte possono esserne la sede: polso, dita, rachide cervicale, ecc.

Gradi delle distorsioni. Se non vi è rottura, ma solo stiramento dei legamenti, la distorsione è detta di 1° grado; se si rompono, completamente o parzialmente, i legamenti della capsula articolare, ma l’articolazione è ancora stabile, la distorsione è di 2° grado; il 3° grado è infine riservato alle lacerazioni capsulo-legamentose con articolazione instabile per eccessivo allontanamento e dislocazione dei capi articolari (spec. caviglia e ginocchio).

Sintomi e diagnosi. I sintomi, di norma tutti presenti, sono: tumefazione edematosa e spesso emorragica (per rotture vasali), dolore, calore, impotenza funzionale. Per decidere il trattamento terapeutico lo specialista ortopedico-traumatologo effettua opportuni accertamenti diagnostici: una radiografia per eliminare il dubbio di una frattura e, quando necessario, una ecografia e/o una risonanza magnetica nucleare (RMN) per valutare meglio la lesione.

Terapia. Appena avvenuta, la distorsione richiede un primo intervento, riassunto nell’acronimo GRECO: Ghiaccio, Riposo, Elevazione (dell’arto), COmpressione. Indi viene somministrata terapia antiinfiammatoria, antidolorifica e antitrombotica (se si attua immobilizzazione compressiva di un arto). Le lesioni capsulo-legamentose di 3° grado richiedono talvolta un trattamento chirurgico. il trattamento fisioterapico con utilizzo di:


Ionoforesi

Tecar terapia

Tens

Rieducazione funzionale